La Comunità Papa Giovanni XXIII è un'associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio con personalità giuridica, riconosciuta dal Consiglio pontificio per i laici il 7 ottobre 1998. La Vocazione della Comunità consiste nel "confermare la propria vita a Gesù povero, servo e sofferente e nella condivisione diretta della vita con i più poveri". Come conseguenza di ciò, i membri della Comunità si impegnano a rimuovere le cause dell'ingiustizia, dell'esclusione sociale e di conflitti armati, sociali e strutturali. La Comunità nasce in Italia nel 1968, fondata da don Oreste Benzi, ed è presente in Africa dal 1983 (in Zambia da 1983, in Tanzania dal 1993, in Kenya dal 1997). In questi paesi molti membri della Comunità sono locali. I progetti supportano decine di migliaia di persone e riguardano principalmente vittime e orfani dell'HIV/ AIDS, ragazzi di strada, disabili, anziani e donne schiavizzate dal racket della prostituzione. Operazione Colomba è il corpo nonviolento di pace della Comunità. La sua azione in ogni conflitto inizia con la condivisione della vita con le vittime delle guerre, vivendo secondo gli standard di vita della popolazione locale. I volontari di Operazione Colomba mirano a mantenersi neutrali rispetto alle parti in conflitto ma non rispetto alle ingiustizie. Un metodo sperimentato da più di 15 anni di interventi, che offe protezione alle minoranze, abbassa il livello di violenza, funziona come interposizione, facilita l'incontro e il dialogo tra le parti, e aiuta il cammino di riconciliazione. Operazione Colomba è nata nel 1992, e da allora è intervenuta nei seguenti Paesi in conflitto: i Balcani (Croazia, Serbia, Bosnia, Albania), Timor Est, Chapas (Messico), Cecenia (Russia), Kosovo, Israele - Palestina, Georgia, Colombia, Sierra Leone, Congo, Uganda, Castel Volturno (Italia). In particolare in Africa ha portato avanti azioni di pace in Sierra Leone, Congo, Sudan, Uganda. "Operazione Colomba non è una Organizzazione non governativa, i volontari non hanno programmi ambiziosi e non vivono in grandi strutture. La loro è una presenza al fianco delle vittime del conflitto: camminano con i profughi lungo il percorso che va dal campo alle loro terre, li aiutano ad arare i loro terreni e tornano indietro insieme. Supportano i gruppi locali di Giustizia e Pace, si prendono cura di bambini disabili. Accompagnano in ospedale i pazienti troppo poveri per pagarsi un mezzo di trasporto e aiutano a costruire capanne per gli anziani del campo profughi che sono rimasti senza parenti. La sera chiacchierano con la gente del campo, e tante altre cose. Mi chiedete se questo possa fare la differenza nel cambiare la situazione? Io devo rispondere con un chiaro sì. Le vittime delle guerre hanno bisogno di migliori condizioni di vita, hanno bisogno d sforzi per risolvere il conflitto, ma hanno anche bisogno di sapere che non sono soli per ricostruire la loro fiducia nella vita." (Padre Carlos Rodriguez Soto, Missionario Comboniano). Altro progetto della Comunità Papa Giovanni XXIII totalmente teso all'impegno per la pace e la riconciliazione sociale è "Caschi Bianchi - corpo civile di pace". Nel quadro della legge italiana n.64 del 2001 che prevede l'invio in missioni all'estero di giovani volontari in servizio civile nazionale - ragazzi dai 18 ai 28 anni - ogni anno partono con la Comunità, dall'Italia, circa 50 volontari e volontarie. Metà di loro sono destinati all'Africa.
PERCHE' UNA PROPOSTA AL SINODO?
Affermava Giovanni Paolo II: "In Africa l'esigenza di applicazione del Vangelo alla vita concreta è fortemente avvertita. Come si potrebbe annunciare Cristo in questo immenso Continente, dimenticando che esso coincide con una delle aree più povere del mondo? Come si potrebbe non tener conto della storia intrisa di sofferenze di una Terra, dove molte Nazioni sono tuttora alle prese con la fame, la guerra, le tensioni razziali e tribali, l'instabilità politica, la violazione dei diritti umani? Tutto ciò costituisce una sfida all'evangelizzazione". In mezzo a tale situazione, la Chiesa di Cristo è chiamata a sanare, pacificare e vivificare con la saggezza del Vangelo i cuori degli uomini. Anche la dottrina sociale della Chiesa afferma la necessità e l'urgenza di trovare delle alternative alle armi per risolvere le controversie nazionali e internazionali. (CDSC 498). Questi i presupposti che, insieme alla nostra esperienza diretta sul campo, ci hanno spinto ad impegnarci in un cammino di preparazione al Sinodo, intrapreso due anni fa. Vorremmo che fosse offerto alla Chiesa Universale contributo di esperienza e consapevolezza, provando a raccogliere la sfida del Sinodo: La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. In questo periodo abbiamo incontrato più di 100 Vescovi, Arcivescovi e Cardinali provenienti da 30 diverse Nazioni africane, e i rappresentanti di numerose realtà che sono state protagoniste di processi riusciti di riconciliazione nonviolenta. L'idea è che tutte queste diverse realtà si facciano portavoce delle loro esperienze di nonviolenza presso il Sinodo: si facciano testimoni chiedendo alla Chiesa di scegliere ed investire sulla nonviolenza per prevenire e risolvere i conflitti. Scandendo l'evoluzione di ogni conflitto in 3 fasi (prima, durante e dopo), crediamo che la Chiesa potrebbe diventare promotrice di pace e riconciliazione in ognuna di queste. Prima, considerando la situazione reale di ingiustizia e violenza diffusa e strutturale, è naturale che le persone siano frustrate. Se nessuno educa i cristiani a reagire alle ingiustizie in modo nonviolento, potrà succedere che anche essi prendano parte alle violenze quando una scintilla prende fuoco. Noi suggeriamo di migliorare ed approfondire lo studio e la prassi della scelta nonviolenta in ogni comunità cristiana, sia come fine che come mezzo dell'agire, seguendo l'esempio di Cristo. Abbiamo sperimentato quanto è difficile, sia per i laici che per i consacrati, scegliere la nonviolenza durante un conflitto. Per questo è importante che i vescovi si sostengano a vicenda per rimanere fedeli alla loro scelta della nonviolenza di Cristo. Un esempio da citare sono quei vescovi che hanno chiesto aiuto ai vescovi Sudafricani dopo il 1996. Proprio per rispondere a questa esigenza di scambio di esperienze, la South African Catholic Bishops Conference ha dato vita al Denis Hurley Peace Institute. I vescovi possono poi essere promotori del dialogo tra le parti in conflitto, come ha fatto Mons. Odama in Nord Uganda. Altro strumento molto importante per ridurre le violenze è un Corpo Civile Di Interposizione Nonviolenta. Infine, dopo il conflitto, quando le violenze finiscono, non significa che la pace arrivi automaticamente. Le persone hanno bisogno di verità, di perdono, di guarire dalle ferite e riconciliarsi. La Chiesa in questa situazione deve diventare promotrice di processi di riconciliazione. La riconciliazione è talmente importante per la Chiesa, che ne ha fatto un sacramento. Inizialmente era un sacramento comunitario, da quando è stato ristretto alla sfera personale, se ne è perso l'aspetto comunitario. Non è sufficiente essere promotori di negoziati a livello politico, che portano in genere ad un temporaneo "cessate il fuoco" o allo spostamento delle violenze in un altro paese. La popolazione stessa che è stata vittima e carnefice ha bisogno di affrontare le ferite e sanarle. Un esempio di successo in questo senso è sicuramente la Commissione per la Verità e la Riconcilazione in Sud Africa. Altra risorsa sono i metodi tradizionali africani di perdono e riconciliazione (es in Botswana, o l'Ubuntu) che, purtroppo, la società gradualmente dimentica. Partendo da queste considerazioni, siamo arrivati alla formulazione di una bozza di proposta - articolata in diversi punti - da sottoporre ai Vescovi che parteciperanno al Sinodo.
PORTARE A CONOSCENZA, DIVULGARE, LE DIVERSE
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