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| 21/10/2009 - 21:26 |
| OSSERVATORIO SINODO: GIUSTIZIA, PACE E RICONCILIAZIONE DAL SUDAN ALL'UGANDA |
[L'Osservatorio sul Sinodo è un'iniziativa congiunta del mondo missionario italiano e del giornalismo cattolico che testimonia l'impegno dei missionari e della stampa cattolica per la conoscenza e la diffusione degli argomenti affrontati dalla grande assise sinodale. Ecco un resoconto essenziale dell'ultimo incontro svoltosi ieri sera]
Il quinto appuntamento dell'Osservatorio sul Sinodo Africano promosso dalla CIMI e UCSI Lazio ha avuto come tema portante: "Prospettive di giustizia, pace e riconciliazione per la Regione dei Grandi Laghi". L'incontro, che si è svolto ieri 20 ottobre 2009 presso la libreria delle Paoline in via del Mascherino 94 a Roma, ha visto la partecipazione di tre Padri sinodali: l'ugandese monsignor J. Baptist Odama, arcivescovo di Gulu (Uganda), il bresciano monsignor Giuseppe Franzelli, vescovo di Lira (Uganda), il sudanese monsignor E. Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura-Yambio (Sudan); e del comboniano padre Joseph Mumbere, della Repubblica Democratica del Congo. La prima testimonianza è stata proprio quella di padre Mumbere, che ha voluto raccontare il dramma della guerra che affligge il suo paese, la Repubblica democratica del Congo, in rapporto alle prospettive di riconciliazione e di pace. "Nel mese di agosto del 2009 - racconta Mumbere - abbiamo ricevuto a Goma la visita di due personalità molto influenti nel panorama politico nazionale e internazionale, Hillary Clinton e il presidente del Rwanda Paul Kagame. È stato loro chiesto di spiegare i motivi della guerra tra RDC e Rwanda e il coinvolgimento in essa di nazioni straniere. La risposta è stata la stessa: dimenticate il passato e lavorate per costruire il futuro!". Secondo Mumbere per costruire giustizia, pace e riconciliazione nella regione dei grandi Laghi andrebbero seguite alcune regole: Primo, mantenere viva la memoria, dare un nome ai morti, fare i conti con un passato fatto di violenza, schiavitù, colonizzazione, dittatura e guerra, e lavorare infine per ripulire e curare le ferite. Secondo, dar voce alle vittime della guerra e restituire loro dignità, così che il popolo congolese ricordi e la comunità internazionale possa conoscere la verità. La situazione sociale in Uganda e le cause che in quelle terre hanno portato ad una situazione di grande emergenza umanitaria, è stato invece il tema trattato da monsignor Giuseppe Franzelli. "La guerriglia in Uganda dura ormai da vent'anni - ha esordito Franzelli - e per anni migliaia e migliaia di persone, fuggite dai loro villaggi per non essere uccise dai ribelli dell'LRA (Lord's Resistance Army o Esercito di resistenza del Signore), hanno vissuto in campi umanitari, non molto diversi dai campi di concentramento nazisti". Franzelli ha spiegato che al suo arrivo, quattro anni fa, nella diocesi di Lira circa un terzo della popolazione viveva nei campi, senza poter uscire o coltivare la terra, in una situazione di sovraffollamento e di totale promiscuità. "Io credo - ha proseguito il vescovo - che oltre alla guerra sia stata proprio questa esperienza a segnare in maniera indelebile quella popolazione ugandese, perché l'ha costretta a restare inerme, in balia degli aiuti del resto del mondo, incapace di decidere il proprio futuro. È stata intaccata la fibra morale del popolo lango e non ci si deve quindi meravigliare se le nuove generazioni si sono abituate ad aspettare l'aiuto e spesso a pretenderlo". Una situazione che oggi appare leggermente migliorata "grazie allo spostamento dei gruppi ribelli verso le foreste tra Congo e Sudan - spiega Franzelli - ma che di fatto non ha risolto il problema, lo ha solo allontanato. Nonostante i tentativi di avvicinamento tra Governo e ribelli mediati dai leader religiosi della zona, tra cui lo stesso Mons. J. Baptist Odama, non c'è stata nessuna ratifica finale e nessun trattato di pace e la guerra da locale è diventata regionale e ora si sta connettendo con altri movimenti ribelli in Africa centrale". E ha concluso: "Ora in Uganda si sta un po' meglio, ma i meccanismi di riconciliazione, giustizia e pace vanno promossi con pazienza, con rituali che mettano insieme ribelli, politici locali e tradizionali, istituzioni religiose locali. La giustizia in Africa deve restaurare i rapporti e le menti e non solo restituire danaro o terre. È stato questo uno dei temi promossi dal Sinodo". "In Sudan la situazione non è molto differente, e non si può parlare di pace dopo vent'anni di guerra. Esistono ancora sacche di ribelli e la violenza quotidiana ha formato le menti della popolazione. Non è facile in Italia avere un'idea di cosa sono e di cosa sono capaci i guerriglieri ribelli!" ha detto monsignor E. Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura-Yambio (Sudan) in un intervento che ha avuto un grande impatto. "Il modo in cui uccidono - ha continuato monsignor Kussala - si stenta a crederlo. Persone letteralmente fatte a pezzi con il machete. Il giorno dell'Assunzione di quest'anno, nella città di Ezo, i ribelli sono entrati in Chiesa dove i cristiani riempivano tutto lo spazio, in preghiera per l'Assunta, hanno rapito alcune persone e sette di loro sono state crocifisse agli alberi e sul terreno con paletti di legno infilzati nei piedi, nelle mani e nella testa". Secondo Kussala bisogna porsi alcune domande importanti. Eccole: "Perché i ribelli si comportano così? Dove sono i militari del governo? Come fanno i ribelli ad avere sempre armi, vestiti, telefono, cibo, per sopravvivere nella foresta? Chi li aiuta e appoggia? Chi potrebbe arrestarli?". La risposta del vescovo sudanese suona amara: "Il 24 dicembre scorso le autorità ugandesi, congolesi e sudanesi avevano deciso il colpo finale contro l'LRA tramite una operazione militare congiunta per finirla con i ribelli. Che è successo? Anziché attaccare i ribelli come la situazione sul terreno richiederebbe con le forze di fanteria, hanno preferito bombardarli con gli elicotteri. Gli ugandesi hanno bombardato, i soldati congolesi sono arrivati in ritardo e quelli sudanesi non erano nemmeno sul posto. Un fallimento! Di chi è la responsabilità". "Ora nel sud Sudan c' è un governo nuovo - prosegue il vescovo - e stiamo lavorando e pregando per costruire una mentalità nuova. Spieghiamo alla gente cosa succede ai loro figli rapiti e assoldati nella guerriglia e tentiamo di aiutare quelli che abbiamo recuperato, ma è un processo che richiede molto tempo. Quello che chiediamo alla comunità internazionale è di mettere insieme Rd Congo, Uganda, Ciad, Sudan e Repubblica Centrafricana attorno ad un tavolo per trattare e trovare un terreno d'intesa. Basta con la burocrazia: bisogna dialogare e intervenire". "Il Sinodo - ha concluso il vescovo - deve essere per noi un'opportunità per riflettere e mettere in contatto le diverse realtà africane e i nostri amici in Europa, perché ciò che succede in Africa riguarda tutti noi e può avere conseguenze planetarie". Un ulteriore contributo alla comprensione della complessa situazione nella regione dei Grandi Laghi, e in particolare nella zona abitata dalla popolazione Acholi nella diocesi di Gulu in Uganda, è stato offerto infine da monsignor J. Baptist Odama: "La situazione in cui versa oggi l'Uganda dipende da una lunga storia di violenza e instabilità politica. Dall'indipendenza del 1962 abbiamo assistito, in 10 anni, a cinque colpi di stato militari, di cui l'ultimo, quello nel 1986, ha dato vita all'LRA". Una situazione socio-politica che secondo Odama è profondamente legata alla questione dell'identità etnica, religiosa e regionale, alla questione delle risorse economiche e quindi alle dinamiche legate al potere. "Si creò una divisione tra sud e nord nel paese dove la questione etnica e tribale era fondamentale - continua Odama - e dove le frizioni tra Governo al potere e gruppi ribelli, fatte di promesse mai mantenute, voltafaccia reciproci e inganni continui tra le parti, hanno dato vita alla guerra che noi tutti patiamo in Uganda da tanti anni". Una storia lunga e complicata che per Odama
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